Grammatica del vivere

Di solito quando leggo un libro sottolineo qualche frase.
Leggendo Grammatica del vivere di David Cooper sottolineerei tutto.
E trascriverei ogni pagina.
E leggerei ogni frase a gran voce.
In mezzo alla strada e in metropolitana, al telefono e al ristorante.
Per ora mi trattengo e mi limito a riportare qui di seguito qualche citazione.

Il mio disegno ora è di distruggere il linguaggio alienato usandolo contro se stesso – come il sesso fu inventato per distruggere l’amore sessuale, così il linguaggio fu inventato per distruggere la comunicazione, che a sua volta fu usata per distruggere la comunione.
La strategia è di usare ciò che ci distrugge per distruggere ciò che ci distrugge, in modo da liberare specifiche zone di speranza.

Se parlo dei porci della società, con ironia a volte sottile, a volte pesante, è perché non è mai pietoso mostrare pietà verso i nemici della pietà.

È per te che ho cercato di scrivere questo libro, se sei quella persona che pensa che tu sia la persona che anch’io penso che sei.

Lo scopo è di giungere al senso di un rapporto che sia invisibile, intangibile ma assolutamente non anonimo, un rapporto di emotiva separatezza. Spero di sollevare un numero di interrogativi che mi sono astenuto dal cercar di risolvere, lo dico senza cattiveria, ma spero pure che gli eventuali interrogativi che ti porrai siano tali che se farai attenzione al modo in cui te li poni, puoi incominciare a conoscerne la risposta. Ascoltare se stessi è pur sempre la pre-condizione per udire il messaggio di chiunque altro. Mentre scrivo cercherò di trovare una via per ascoltarti. 

Dovunque tu sia o io sia è qui 
Dovunque il qui sia 
Ma dovunque sia il qui 
Facciamo che non sia altrove. 

A questo punto bisogna scoprire il nostro potere che la loro educazione ci ha fatto perdere dentro di noi e fra di noi.

Per spazio esistenziale intendo uno spazio che non può essere misurato obiettivamente e che viene definito dalla natura della presenza di ogni persona che si trova qui fisicamente, giacché in un dato momento una persona può occupare uno spazio esistenziale zero, presentandosi come un’assenza, mentre in un altro momento può occupare quasi tutta la ‘stanza’, con un’occupazione massiccia dell’interazione che opera tra noi.

C’è parecchia gente qui che ha la sensazione di non sapere nulla e forse pensa anche che sapere di non sapere nulla possa essere un rifiuto necessario (o negazione) di una certa presunzione implicita nel sapere. Noi gente ignorante e innocente siamo il ponte tra la gente che sa e gli ignoranti che esistono sparsi in tutto il mondo, la “massa della gente”.
– 
L’illusione più grossa che dobbiamo eliminare è quella della nostra impotenza. Se ciascuno di noi parlasse con abbastanza impegno anche a una sola persona, questo impegno si ripercuoterebbe nella coscienza di dozzine, di centinaia, di migliaia d’altri, attraverso un contatto diretto e attraverso altri. Non abbiamo bisogno di esporre idee in libri, in film, alla televisione perché abbiamo qui ora un mezzo di comunicazione di massa già pronto. L’unico mezzo di comunicazione vero ed efficace non è nulla più e certamente nulla meno della massa stessa, la massa che noi siamo. Se non lo crediamo con sufficiente convinzione, cioè con coraggio pieno e incoraggiante, finiremo per sottometterci ai nostri porci padroni che mentono quando ci dicono che alla fine del viaggio, quando dovremo smontare dal carro bestiame a Campo Destinazione saremo castrati – cioè diventeremo idealmente conformisti del sistema. La nostra sottomissione allora vorrà dire, come ha sempre voluto dire, che marceremo in fila ordinata verso le camere a gas che avremo noi stessi obbedientemente costruite per loro affinché vi ci asfissino i loro problemi.

I loro problemi siamo noi. Certo, parlare di loro e di noi in termini semplicemente opposizionali piuttosto che dialettici può condurre a ulteriore violenza. Ma, se non riusciamo a distinguere differenze attuali, vere, di questo genere, la via verso una controviolenza rivoluzionaria diretta contro l’oppressore nazionale e di classe, contro l’ecocidio e la colonizzazione della mente, potrebbe diventare impossibile.

L’autentica spiritualità sarà il cibo giusto per sostenere il giusto genere di azione rivoluzionaria.
– 
La famiglia nucleare borghese è il dispositivo mediatizzante principale usato dalla classe dirigente capitalistica per condizionare l’individuo, attraverso una socializzazione primaria, perché si adegui a qualche complesso di ruolo adatto al sistema (così la famiglia genera un conflitto tra la realtà arriva di una persona e la passività condizionata del suo complesso di ruolo).
– 
Se siamo così condizionati dalla nostra formazione familiare, è fin troppo facile concludere che non siamo responsabili dei nostri atti, i quali provengono tutti da esperienze infantili represse. Nella società capitalistica la responsabilità è relegata a un’autorità sempre più remota che culmina nella follia completamente alienata e nefasta che è il fascismo.

Il lavoro di gruppo deve implicare, almeno idealmente, l’eliminazione delle finzioni familiari illusorie, affinché le persone si confrontino come sono veramente in questo momento di realtà libera da storia. La storia personale è importante, ma importante solo in quanto il suo esistere è esistere per essere trascesa ora.
– 
Dobbiamo scoprire un ideale da orangutan. Le origini linguistiche di orangutan sono di uomo che viene da luoghi incolti, da arcaiche religioni che precedono in senso non temporale i nostri attuali stati condizionati dell'”accorgersi”.

L’orangutan è una realtà nascosta entro di noi, ora. Con un atto di harakiri esistenziale dobbiamo rovesciare nel mondo il nostro io nascosto – e rimanere in vita.
In certi momenti sono indotto a credere che la vita non è che una noiosa distrazione dalla morte. Ma morire è certamente una noiosa distrazione dalla vita
Perciò adesso, con distacco, lasciamo morire la morte. Questo è tra gli atti politici, il più vitale. Il problema politico è di giungere a una sufficiente familiarità con la nostra morte, entro l’esperienza della vita, tenendo la paura sotto controllo, così che possiamo affrontare lucidamente i semplici rischi necessari a iniziare le complesse strategie rivoluzionarie, per mezzo delle quali ci libereremo della cattiva abitudine di consentire alla nostra oppressione in termini di classe e di nazione, all’ecocidio genocida e alla perdita ormai quasi definitiva della nostra mente.

 

 

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Le sigarette le butterei via – seconda parte

Luglio 2017.
Sono in Triennale, c’è il concerto di Yann Tiersen.
È uno dei miei musicisti preferiti, è un matto, è un genio, lo adoro. È sul palco di fronte a centinaia di persone ma non le guarda, non gli interessano, è come se fosse da solo in camera sua, testa bassa, suona, passa da uno strumento all’altro.
Mi cattura subito, entro come in trance, la mia testa inizia a viaggiare, mi sembra di sognare, mi sembra di volare su un’isola in mezzo al mare.
Poi vedo una nuvoletta, la sto respirando, sento puzza di fumo.
Quella dietro di me sta fumando. Che schifo, sono disgustata.
Siamo tutti seduti, non siamo in piedi, non posso muovermi: i posti sono numerati e la serata è sold-out.
Non volo più e mi rovino il concerto.
Mi rovinano il concerto anche quegli ignoranti ebeti che non capiscono niente che stanno tutto il tempo sul telefono. Ma di questo ne parlerò da un’altra parte.
Domanda: è giusto che a un concerto stupendo io debba respirare il fumo degli altri?

Agosto 2017.
Sono a Milano. Si sta bene perché siamo veramente in pochi: è tutto vuoto, chiuso, deserto e senza traffico.
Ma anche di questo ne parlerò da un’altra parte.
Vado al cinema all’aperto:
– le seggioline sono molto scomode, me lo devo ricordare;
– il film mi sta mettendo un’angoscia dentro, che mi ribalta lo stomaco;
– ci sono le zanzare, che sono insopportabili e non capisco perché il Comune di Milano non faccia qualcosa per eliminarle.
Come se tutto questo non bastasse, quello davanti a me si accende una sigaretta.
Sei al cinema, in mezzo ad altre persone, e ti accendi una sigaretta? Due? Tre?
Ci sono dei posti liberi di lato e in fondo. Anche davanti. Ma se mi alzo adesso disturbo quelli dietro. A me dà fastidio disturbare le altre persone.
Domanda: è giusto che mentre sono al cinema all’aperto a vedere un film che già mi sta turbando, debba essere disturbata e infastidita dal fumo dello sfigato davanti a me che non riesce a stare un’ora senza accendersi una sigaretta, e quindi debba alzarmi per cambiare posto, per allontanarmi da quell’imbecille, disturbando a mia volta quelli dietro di me? 

Settembre 2017.
Sono al bar a mangiare una piadina, sono seduta fuori perché c’è un bel sole.
Nel tavolino accanto al mio una signorina beve il caffè e fuma una sigaretta.
io sto mangiando la mia buonissima piadina respirando il fumo della sua sigaretta.
Sono schifata, non riesco più a deglutire, mi viene da vomitare.
Domande: cosa faccio? È giusto che io mi alzi e cambi tavolino? E se non dovessero esserci più tavolini liberi, come adesso? Me ne dovrei andare? Chiedo a lei di allontanarsi? O chiedo al proprietario del bar di scegliere: o me o lei?

Le sigarette le butterei via – prima parte

Ma sul serio la campagna contro il fumo con quelle immagini vomitevoli è stata un fallimento?
Sul serio le coscienze delle persone che comprano pacchetti di sigarette con la foto di un buco in gola o di polmoni anneriti non vengono minimamente smosse e scosse?
Sul serio vedere dei denti marci non fa smettere all’istante di fumare?

Solo su di me hanno effetto quelle immagini oscene?
Solo a me, quando esco a cena con degli amici, danno fastidio i pacchetti di sigarette appoggiati sul tavolo?
Solo a me viene da lanciarli per terra?

Mi hanno ripresa per questo mio comportamento: mi hanno detto che non è educazione lanciare per terra un pacchetto di sigarette non mio.
Mi hanno detto che non dovrei toccare le cose degli altri, dovrei farmi gli affari miei.
Sì, per via teorica sono d’accordo con questa affermazione.
Ma nel concreto quei pacchetti di sigarette mi intaccano, mi urtano, mi fanno ribrezzo: non credo sia educazione appoggiare sul tavolo un pacchetto di sigarette con l’immagine di una signorina che vomita sangue mentre io sto mangiando.

Davvero a voi non cambia niente e non vi rendete conto che fa male, neanche vedendo rappresentate le conseguenze?
Per favore, mi spiegate perché?

Sul taxi

Sai qual è la cosa che più mi fa sorridere?
Che quella sera, su quel taxi, non facevamo altro che ripetere quanto si stava bene da soli.
Ma non per auto convincerci: ci credevamo davvero.
Probabilmente è proprio arrivati a quel punto, all’apice dello stare bene da soli, che ci si incontra e succede quella roba lì.

di attese

di domande, sempre le stesse.
ma che adesso si moltiplicano e si rigenerano, e ne producono di nuove.
poi si invertono e ritornano.
anche quando eri convinta che sarebbero andate via per sempre.
come risolvere?
come ingannare queste attese?
come trascorrere questi minuti?
questi minuti per niente minuti. sono imponenti, grandi, lunghi, luoghi, infiniti.
infiniti pensieri. pensieri di errori, errori voluti.
1.
un unico errore. grande.
lungo.
dilatato nello spazio.
lungo.
dilatato nel tempo.
lungo.
come i minuti.
ma minuti minuti, piccoli e veloci.
minuti inversamente proporzionali a una percentuale di energia che si consuma, scende sempre più e finisce per sempre.
finisce dove il tempo scorre e dove la vita ha un limite.
la fine ti sorride.
è sempre più vicina.
anche se nessuno si accorge.
poi l’intuizione.
e l’illuminazione.
notturna, inaspettata, che ti riflette e ti fa riflettere.
e torni indietro.
ed è lì la risposta.
la vedi, la guardi, la prendi in mano. è piccola, è minuta. ed è sempre stata lì.
e non esiste più.
sparisce, ricompare più su, vola via e scompare.
con minuti infiniti di richieste e mancanze.
senza tempo.
senza eccezioni.
mai.

Tutto inizia sempre un po’ per caso, un po’ per gioco

Era a Roma e le piaceva passeggiare da sola: si perdeva continuamente tra la storia e l’arte, entrava nelle chiese e nelle gallerie, girovagava senza una meta tra piazze e palazzi, luci e rumori, persone mai viste e volti intravisti, ricordi vissuti e storie di altri. Faceva tutto quello che aveva voglia di fare, senza orari, senza impegni, senza condizionamenti, senza limiti… e intanto pensava; viveva e pensava.

Una visita alla basilica di San Pietro era d’obbligo, così dopo chilometri a piedi, pause per riposarsi, incontri casuali e inutili code per i controlli, entrò.
Aspettò che i suoi occhi si adattassero a quella nuova luce.
E rimase immobile guardando per aria.  Continua a leggere