Le sigarette le butterei via – prima parte

Ma sul serio la campagna contro il fumo con quelle immagini vomitevoli è stata un fallimento?
Sul serio le coscienze delle persone che comprano pacchetti di sigarette con la foto di un buco in gola o di polmoni anneriti non vengono minimamente smosse e scosse?
Sul serio vedere dei denti marci non fa smettere all’istante di fumare?

Solo su di me hanno effetto quelle immagini oscene?
Solo a me, quando esco a cena con degli amici, danno fastidio i pacchetti di sigarette appoggiati sul tavolo?
Solo a me viene da lanciarli per terra?

Mi hanno ripresa per questo mio comportamento: mi hanno detto che non è educazione lanciare per terra un pacchetto di sigarette non mio.
Mi hanno detto che non dovrei toccare le cose degli altri, dovrei farmi gli affari miei.
Sì, per via teorica sono d’accordo con questa affermazione.
Ma nel concreto quei pacchetti di sigarette mi intaccano, mi urtano, mi fanno ribrezzo: non credo sia educazione appoggiare sul tavolo un pacchetto di sigarette con l’immagine di una signorina che vomita sangue mentre io sto mangiando.

Davvero a voi non cambia niente e non vi rendete conto che fa male, neanche vedendo rappresentate le conseguenze?
Per favore, mi spiegate perché?

Il mondo è ingiusto

Mi sono ritrovata a leggere per caso Il mondo è ingiusto di Oscar Niemeyer.
Copio di seguito alcune parti del secondo capitolo perché vorrei che lo leggessero più persone possibile.
Si intitola La maggioranza con cui dobbiamo stare.

L’umanità, oggi, ha un problema enorme e questo problema si chiama capitalismo: il capitalismo è uno schifo, perché significa che qualcuno ha tutto e qualcun altro ha niente e spesso, pur di avere, si toglie agli altri.
Tutto ciò è profondamente ingiusto.
Io, personalmente, non ho mai dato alcuna importanza al denaro, io non ho denaro e non sono ricco.
Il denaro è incisivo in un solo caso, quando può servire ad aiutare il prossimo.
Per il resto, porta solo sofferenza: l’idea del consumismo, di accumulare e accumulare, è un’idea che va combattuta. Da una parte, i banchieri che decidono come deve andare il mondo e, dall’altra, una marea di gente che non ha niente, che lotta per la vita e che soffre!
È ingiusto!
In certe parti del mondo, anche qui in Brasile, le condizioni di vita delle persone sono leggermente migliorate, ma la maggioranza è ancora povera, non ha nulla, quasi non ha da mangiare.
Noi dobbiamo stare con questa maggioranza.
Guardiamoci attorno: ci sono ancora tante favelas sparpagliate nel mondo, nelle grandi città in Brasile, in Africa, in India, persino nelle periferie delle città europee, e una favela non è uno scherzo!
La solidarietà è un valore importante, è l’idea che non siamo soli: se allunghiamo la mano c’è sempre qualcuno da aiutare.
Ricordo che, a 17 anni, facevo parte del Socorro Vermelho (Soccorso Rosso). Nel nostro quartiere ci si organizzava in gruppi per aiutare i più poveri. Io ero fortunato, venivo da una famiglia che stava bene, io studiavo in un collegio di frati, piuttosto rigido, ma pensavo con la mia testa.
E già allora ritenevo che tutti devono avere gli stessi diritti, le stesse possibilità. 
Oggi attribuiamo grande valore alle apparenze, come un tempo si usava l’architettura per dimostrare potere: lo stile fascista, per esempio, che non ho mai amato, rappresentava la potenza di un governo, di una nazione, facendo un uso improprio della bellezza.
Ma le apparenze, in realtà, non significano nulla, i soldi non sono una misura per capire chi abbiamo di fronte. Dinanzi alla vita, alla morte, al tempo che passa, alla monumentalità della natura siamo tutti uguali, creature fragili, mortali: di fronte all’universo, non siamo più grandi di una formica. 

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Sul taxi

Sai qual è la cosa che più mi fa sorridere?
Che quella sera, su quel taxi, non facevamo altro che ripetere quanto si stava bene da soli.
Ma non per auto convincerci: ci credevamo davvero.
Probabilmente è proprio arrivati a quel punto, all’apice dello stare bene da soli, che ci si incontra e succede quella roba lì.

i nonni

i nonni oggi hanno festeggiato 60 anni di matrimonio.

11.11.1954 – 11.11.2014

60 anni insieme.

chissà se si rendono conto di essere così fortunati.

11 novembre 1954 - Matrimonio nonni

 

non si sopportano, discutono, bisticciano, urlano e si stuzzicano tutto il giorno tutti i giorni, ma sono qui, ci sono ancora, sono insieme, SONO VIVI.

hanno 82 e 88 anni e da 60 anni stanno insieme.
mi commuovo quando ci penso. Continua a leggere

giallo e arancione

Erano le 23.30, avevo più voglia di andare a letto che di mangiare, dovevo andare in palestra quella sera, ma era un periodo della vita in cui la pigrizia prevaleva su tutto il resto, quindi ero rimasta a casa a non fare niente, a perdermi in pensieri non troppo piacevoli. È mezzanotte, faccio un salto in cucina giusto per vedere cosa c’è, non c’è nulla. Apro il frigo, un peperone giallo, bello, lo prendo, lo lavo, ‘mi faccio un peperone in insalata’ penso, nel frattempo il frigo rimane aperto, torno per chiuderlo e vedo le carote, le prendo, ne lavo tre, metto via le altre, prendo un piatto, pulisco il peperone, tolgo i semini e quella strisciolina bianca e spugnosa che sta all’interno, lo taglio, poi apro un’antina e prendo una cipolla, la lavo, la taglio, piango un po’, penso ai motivi per cui si piange, certe volte non ne ho e piango lo stesso, la butto nell’olio che avevo appena messo nella nuova padella antiaderente. Soffrittino profumato, taglio le carote, le butto in padella, ancora un po’ di olio, nel frattempo accendo il pc, inizio a guardare Gomorra, è il momento giusto, decisamente. Non so bene quale sia il nesso ma sento che è così. Tocca al peperone, lo faccio ancora più piccolo e lo butto in padella insieme alle carote, ma che bei colori, quanto stanno bene insieme il giallo e l’arancione. Ancora olio, quello delle olive degli ulivi del Salento della zia. Sale pepe noce moscata e cannella. Quanti profumi. Che voglia di Oriente. Poi mi ricordo dello zenzero, il mio amico zenzero, quello che risolve tutti i problemi, ma com’è buono. Lo spolvero sopra. Quel profumo mi fa già stare meglio. Di sicuro ora non ho più motivo di mettermi a piangere, i colori e i profumi aiutano. E la cipolla è già tagliata. Apro di nuovo il frigo, c’è una bella mozzarella, la prendo e la metto intera in mezzo al piatto. Intanto in padella peperoni e carote saltellano allegri insieme a zenzero e cipolla. io non volevo mangiare, non volevo cucinare, ma in effetti non l’ho fatto, ho solo trovato dei cibi, li ho presi, li ho messi lì e si sono cucinati da sé. Non mi sono neanche accorta di quello che stavo facendo, non ho pensato, non ho programmato, è venuto tutto da sé. Ma manca qualcosa, voglio ancora del giallo, ci metto del mais, ecco. Verso il contenuto della padella sopra e intorno alla mozzarella, fredda, bianca che si scalda e si scioglie col giallo e arancione. Trovo dell’altro zenzero, questa volta non in polvere ma intero, essicato, lo infilo nel centro, dentro la mozzarella, ecco fatto, che bontà.

giallo e arancione

Da quel momento non era più questione di tempo, era solo questione di scelte. Scelte di termini.

E così quella notte non dormì.
Non chiuse occhio perché continuava a ripensare alle parole più belle che le avessero mai detto. Erano parole di altri e doveva trovare il modo di farle sue.
Sapeva che era così, lo aveva sempre saputo.
Tornava lentamente verso casa ripensando alle bucce di mandarino: se erano rimaste su quel tavolo è perché il loro posto era lì; come le carte di caramelle che ricoprivano il perimetro del computer, non erano appoggiate in quel modo per dispetto o per una stupida dimenticanza: erano una decorazione, la sua decorazione, la personalizzazione di un ambiente in cui viveva la maggior parte delle sue giornate. Esattamente come l’antropomorfizzazione della lampada da scrivania con cappello.
Quando entrò nella strettoia riprese a pensare a quelle parole, ma la loro intensità distolse la sua attenzione dalla strada e con la macchina urtò qualcosa sul lato destro, sentì un leggero colpo e sobbalzò. Era andata a sbattere contro qualcosa per colpa della sua guida distratta. Si girò per controllare che fosse tutto a posto, e si vide.
Vide la sua immagine riflessa nello specchietto laterale che si era chiuso per la botta. E si guardò negli occhi per qualche secondo.
Difficilmente qualcuno riusciva a reggere così bene quello sguardo.
Poi si fermò e spense la macchina perché voleva scendere a riaprire lo specchietto, ma fissando il suo riflesso accennò un sorriso, che venne subito ricambiato dolcemente.
Così decise di non toccarlo più: lasciò lo specchietto com’era.
Voleva lasciarsi guardare.
Perché, anche se la strada era ancora lunga, aveva appena scoperto qualcosa che le avrebbe cambiato la vita.