Sul taxi

Sai qual è la cosa che più mi fa sorridere?
Che quella sera, su quel taxi, non facevamo altro che ripetere quanto si stava bene da soli.
Ma non per auto convincerci: ci credevamo davvero.
Probabilmente è proprio arrivati a quel punto, all’apice dello stare bene da soli, che ci si incontra e succede quella roba lì.

i nonni

i nonni oggi hanno festeggiato 60 anni di matrimonio.

11.11.1954 – 11.11.2014

60 anni insieme.

chissà se si rendono conto di essere così fortunati.

11 novembre 1954 - Matrimonio nonni

 

non si sopportano, discutono, bisticciano, urlano e si stuzzicano tutto il giorno tutti i giorni, ma sono qui, ci sono ancora, sono insieme, SONO VIVI.

hanno 82 e 88 anni e da 60 anni stanno insieme.
mi commuovo quando ci penso. Continua a leggere

giallo e arancione

Erano le 23.30, avevo più voglia di andare a letto che di mangiare, dovevo andare in palestra quella sera, ma era un periodo della vita in cui la pigrizia prevaleva su tutto il resto, quindi ero rimasta a casa a non fare niente, a perdermi in pensieri non troppo piacevoli. È mezzanotte, faccio un salto in cucina giusto per vedere cosa c’è, non c’è nulla. Apro il frigo, un peperone giallo, bello, lo prendo, lo lavo, ‘mi faccio un peperone in insalata’ penso, nel frattempo il frigo rimane aperto, torno per chiuderlo e vedo le carote, le prendo, ne lavo tre, metto via le altre, prendo un piatto, pulisco il peperone, tolgo i semini e quella strisciolina bianca e spugnosa che sta all’interno, lo taglio, poi apro un’antina e prendo una cipolla, la lavo, la taglio, piango un po’, penso ai motivi per cui si piange, certe volte non ne ho e piango lo stesso, la butto nell’olio che avevo appena messo nella nuova padella antiaderente. Soffrittino profumato, taglio le carote, le butto in padella, ancora un po’ di olio, nel frattempo accendo il pc, inizio a guardare Gomorra, è il momento giusto, decisamente. Non so bene quale sia il nesso ma sento che è così. Tocca al peperone, lo faccio ancora più piccolo e lo butto in padella insieme alle carote, ma che bei colori, quanto stanno bene insieme il giallo e l’arancione. Ancora olio, quello delle olive degli ulivi del Salento della zia. Sale pepe noce moscata e cannella. Quanti profumi. Che voglia di Oriente. Poi mi ricordo dello zenzero, il mio amico zenzero, quello che risolve tutti i problemi, ma com’è buono. Lo spolvero sopra. Quel profumo mi fa già stare meglio. Di sicuro ora non ho più motivo di mettermi a piangere, i colori e i profumi aiutano. E la cipolla è già tagliata. Apro di nuovo il frigo, c’è una bella mozzarella, la prendo e la metto intera in mezzo al piatto. Intanto in padella peperoni e carote saltellano allegri insieme a zenzero e cipolla. io non volevo mangiare, non volevo cucinare, ma in effetti non l’ho fatto, ho solo trovato dei cibi, li ho presi, li ho messi lì e si sono cucinati da sé. Non mi sono neanche accorta di quello che stavo facendo, non ho pensato, non ho programmato, è venuto tutto da sé. Ma manca qualcosa, voglio ancora del giallo, ci metto del mais, ecco. Verso il contenuto della padella sopra e intorno alla mozzarella, fredda, bianca che si scalda e si scioglie col giallo e arancione. Trovo dell’altro zenzero, questa volta non in polvere ma intero, essicato, lo infilo nel centro, dentro la mozzarella, ecco fatto, che bontà.

giallo e arancione

Da quel momento non era più questione di tempo, era solo questione di scelte. Scelte di termini.

E così quella notte non dormì.
Non chiuse occhio perché continuava a ripensare alle parole più belle che le avessero mai detto. Erano parole di altri e doveva trovare il modo di farle sue.
Sapeva che era così, lo aveva sempre saputo.
Tornava lentamente verso casa ripensando alle bucce di mandarino: se erano rimaste su quel tavolo è perché il loro posto era lì; come le carte di caramelle che ricoprivano il perimetro del computer, non erano appoggiate in quel modo per dispetto o per una stupida dimenticanza: erano una decorazione, la sua decorazione, la personalizzazione di un ambiente in cui viveva la maggior parte delle sue giornate. Esattamente come l’antropomorfizzazione della lampada da scrivania con cappello.
Quando entrò nella strettoia riprese a pensare a quelle parole, ma la loro intensità distolse la sua attenzione dalla strada e con la macchina urtò qualcosa sul lato destro, sentì un leggero colpo e sobbalzò. Era andata a sbattere contro qualcosa per colpa della sua guida distratta. Si girò per controllare che fosse tutto a posto, e si vide.
Vide la sua immagine riflessa nello specchietto laterale che si era chiuso per la botta. E si guardò negli occhi per qualche secondo.
Difficilmente qualcuno riusciva a reggere così bene quello sguardo.
Poi si fermò e spense la macchina perché voleva scendere a riaprire lo specchietto, ma fissando il suo riflesso accennò un sorriso, che venne subito ricambiato dolcemente.
Così decise di non toccarlo più: lasciò lo specchietto com’era.
Voleva lasciarsi guardare.
Perché, anche se la strada era ancora lunga, aveva appena scoperto qualcosa che le avrebbe cambiato la vita.