Da quel momento non era più questione di tempo, era solo questione di scelte. Scelte di termini.

E così quella notte non dormì.
Non chiuse occhio perché continuava a ripensare alle parole più belle che le avessero mai detto. Erano parole di altri e doveva trovare il modo di farle sue.
Sapeva che era così, lo aveva sempre saputo.
Tornava lentamente verso casa ripensando alle bucce di mandarino: se erano rimaste su quel tavolo è perché il loro posto era lì; come le carte di caramelle che ricoprivano il perimetro del computer, non erano appoggiate in quel modo per dispetto o per una stupida dimenticanza: erano una decorazione, la sua decorazione, la personalizzazione di un ambiente in cui viveva la maggior parte delle sue giornate. Esattamente come l’antropomorfizzazione della lampada da scrivania con cappello.
Quando entrò nella strettoia riprese a pensare a quelle parole, ma la loro intensità distolse la sua attenzione dalla strada e con la macchina urtò qualcosa sul lato destro, sentì un leggero colpo e sobbalzò. Era andata a sbattere contro qualcosa per colpa della sua guida distratta. Si girò per controllare che fosse tutto a posto, e si vide.
Vide la sua immagine riflessa nello specchietto laterale che si era chiuso per la botta. E si guardò negli occhi per qualche secondo.
Difficilmente qualcuno riusciva a reggere così bene quello sguardo.
Poi si fermò e spense la macchina perché voleva scendere a riaprire lo specchietto, ma fissando il suo riflesso accennò un sorriso, che venne subito ricambiato dolcemente.
Così decise di non toccarlo più: lasciò lo specchietto com’era.
Voleva lasciarsi guardare.
Perché, anche se la strada era ancora lunga, aveva appena scoperto qualcosa che le avrebbe cambiato la vita.

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