Pagaiare

Non so se negli ultimi tempi ho fatto qualcosa di più emozionante.

A Milano faceva caldo e mi annoiavo quindi ho deciso di partire (con ⭕️) e di andare al mare.
Prendo giusto il costume e in due ore di auto, cantando, arrivo in Liguria.
Compro tre pezzi di focaccia, mi butto in spiaggia, la mangio, faccio il bagno, e dormo un po’.
Quando mi sveglio mi faccio fare un bel massaggio dalla cinesina. Un altro tuffetto e mi viene un’idea bellissima, la migliore che potessi avere in quel momento: il kayak.
Era una cosa che volevo provare da anni ma non ero mai riuscita.
In realtà volevo fare una lezione e un’uscita in mare con un istruttore, ma in quel momento e così last minute non c’era nessuno disponibile, potevo solo noleggiarlo e andare da sola.
Oddio che ansia. Mi immagino già in mezzo al porticciolo che giro in tondo pur di non andare in mare aperto da sola.
Ma proviamo: vado , lascio tutto, persino il telefono, mi danno il kayak, e due dritte veloci, mi spiegano giusto come tenere la pagaia e come frenare e via, mi dicono vai.
Parto. Prima girello un po’ per il porticciolo, poi decido di uscire.
Ero terrorizzata.
Sì che so nuotare, ma con l’acqua alta e nera non è che abbia un bellissimo rapporto. Anzi. Se guardo giù e non vedo niente inizio a pensare alla profondità, agli abissi, all’infinito e mi si blocca il respiro.
Quindi cerco di remare più veloce per non guardare e per distrarmi.
Des Sinis Des Sinis Des Sinis. Sempre più lontana.
Il sole è già sceso, il cielo è sempre più rosa, il mare è sempre più nero.
Smetto di guardare giù, guardo dritto davanti a me.
Le ondine iniziano a sembrarmi morbide, come di velluto. Un velluto nero morbidissimo. Le seguo.
Non c’è anima viva, ci sono solo io in mezzo al mare.
Ma che idea bellissima che ho avuto.
C’è il silenzio assoluto intorno a me, sento solo il rumore della pagaia che affonda nell’acqua.

Ma quanto è bello prendere confidenza con qualcosa che terrorizza.

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Protetto: Le carte

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Grammatica del vivere

Di solito quando leggo un libro sottolineo qualche frase.
Leggendo Grammatica del vivere di David Cooper sottolineerei tutto.
E trascriverei ogni pagina.
E leggerei ogni frase a gran voce.
In mezzo alla strada e in metropolitana, al telefono e al ristorante.
Per ora mi trattengo e mi limito a riportare qui di seguito qualche citazione.

Il mio disegno ora è di distruggere il linguaggio alienato usandolo contro se stesso – come il sesso fu inventato per distruggere l’amore sessuale, così il linguaggio fu inventato per distruggere la comunicazione, che a sua volta fu usata per distruggere la comunione.
La strategia è di usare ciò che ci distrugge per distruggere ciò che ci distrugge, in modo da liberare specifiche zone di speranza.

Se parlo dei porci della società, con ironia a volte sottile, a volte pesante, è perché non è mai pietoso mostrare pietà verso i nemici della pietà.

È per te che ho cercato di scrivere questo libro, se sei quella persona che pensa che tu sia la persona che anch’io penso che sei.

Lo scopo è di giungere al senso di un rapporto che sia invisibile, intangibile ma assolutamente non anonimo, un rapporto di emotiva separatezza. Spero di sollevare un numero di interrogativi che mi sono astenuto dal cercar di risolvere, lo dico senza cattiveria, ma spero pure che gli eventuali interrogativi che ti porrai siano tali che se farai attenzione al modo in cui te li poni, puoi incominciare a conoscerne la risposta. Ascoltare se stessi è pur sempre la pre-condizione per udire il messaggio di chiunque altro. Mentre scrivo cercherò di trovare una via per ascoltarti. 

Dovunque tu sia o io sia è qui 
Dovunque il qui sia 
Ma dovunque sia il qui 
Facciamo che non sia altrove. 

A questo punto bisogna scoprire il nostro potere che la loro educazione ci ha fatto perdere dentro di noi e fra di noi.

Per spazio esistenziale intendo uno spazio che non può essere misurato obiettivamente e che viene definito dalla natura della presenza di ogni persona che si trova qui fisicamente, giacché in un dato momento una persona può occupare uno spazio esistenziale zero, presentandosi come un’assenza, mentre in un altro momento può occupare quasi tutta la ‘stanza’, con un’occupazione massiccia dell’interazione che opera tra noi.

C’è parecchia gente qui che ha la sensazione di non sapere nulla e forse pensa anche che sapere di non sapere nulla possa essere un rifiuto necessario (o negazione) di una certa presunzione implicita nel sapere. Noi gente ignorante e innocente siamo il ponte tra la gente che sa e gli ignoranti che esistono sparsi in tutto il mondo, la “massa della gente”.
– 
L’illusione più grossa che dobbiamo eliminare è quella della nostra impotenza. Se ciascuno di noi parlasse con abbastanza impegno anche a una sola persona, questo impegno si ripercuoterebbe nella coscienza di dozzine, di centinaia, di migliaia d’altri, attraverso un contatto diretto e attraverso altri. Non abbiamo bisogno di esporre idee in libri, in film, alla televisione perché abbiamo qui ora un mezzo di comunicazione di massa già pronto. L’unico mezzo di comunicazione vero ed efficace non è nulla più e certamente nulla meno della massa stessa, la massa che noi siamo. Se non lo crediamo con sufficiente convinzione, cioè con coraggio pieno e incoraggiante, finiremo per sottometterci ai nostri porci padroni che mentono quando ci dicono che alla fine del viaggio, quando dovremo smontare dal carro bestiame a Campo Destinazione saremo castrati – cioè diventeremo idealmente conformisti del sistema. La nostra sottomissione allora vorrà dire, come ha sempre voluto dire, che marceremo in fila ordinata verso le camere a gas che avremo noi stessi obbedientemente costruite per loro affinché vi ci asfissino i loro problemi.

I loro problemi siamo noi. Certo, parlare di loro e di noi in termini semplicemente opposizionali piuttosto che dialettici può condurre a ulteriore violenza. Ma, se non riusciamo a distinguere differenze attuali, vere, di questo genere, la via verso una controviolenza rivoluzionaria diretta contro l’oppressore nazionale e di classe, contro l’ecocidio e la colonizzazione della mente, potrebbe diventare impossibile.

L’autentica spiritualità sarà il cibo giusto per sostenere il giusto genere di azione rivoluzionaria.
– 
La famiglia nucleare borghese è il dispositivo mediatizzante principale usato dalla classe dirigente capitalistica per condizionare l’individuo, attraverso una socializzazione primaria, perché si adegui a qualche complesso di ruolo adatto al sistema (così la famiglia genera un conflitto tra la realtà arriva di una persona e la passività condizionata del suo complesso di ruolo).
– 
Se siamo così condizionati dalla nostra formazione familiare, è fin troppo facile concludere che non siamo responsabili dei nostri atti, i quali provengono tutti da esperienze infantili represse. Nella società capitalistica la responsabilità è relegata a un’autorità sempre più remota che culmina nella follia completamente alienata e nefasta che è il fascismo.

Il lavoro di gruppo deve implicare, almeno idealmente, l’eliminazione delle finzioni familiari illusorie, affinché le persone si confrontino come sono veramente in questo momento di realtà libera da storia. La storia personale è importante, ma importante solo in quanto il suo esistere è esistere per essere trascesa ora.
– 
Dobbiamo scoprire un ideale da orangutan. Le origini linguistiche di orangutan sono di uomo che viene da luoghi incolti, da arcaiche religioni che precedono in senso non temporale i nostri attuali stati condizionati dell'”accorgersi”.

L’orangutan è una realtà nascosta entro di noi, ora. Con un atto di harakiri esistenziale dobbiamo rovesciare nel mondo il nostro io nascosto – e rimanere in vita.
In certi momenti sono indotto a credere che la vita non è che una noiosa distrazione dalla morte. Ma morire è certamente una noiosa distrazione dalla vita
Perciò adesso, con distacco, lasciamo morire la morte. Questo è tra gli atti politici, il più vitale. Il problema politico è di giungere a una sufficiente familiarità con la nostra morte, entro l’esperienza della vita, tenendo la paura sotto controllo, così che possiamo affrontare lucidamente i semplici rischi necessari a iniziare le complesse strategie rivoluzionarie, per mezzo delle quali ci libereremo della cattiva abitudine di consentire alla nostra oppressione in termini di classe e di nazione, all’ecocidio genocida e alla perdita ormai quasi definitiva della nostra mente.

 

 

mi sono innamorata di Napoli

Lo scorso weekend sono stata a Napoli.
Vista l’esperienza dell’estate 2015 (quando mi hanno strappato l’iPhone dalle mani e sono scappati via col motorino e abbiamo passato una notte pazzesca in giro con la polizia a fare inseguimenti e riconoscimenti) ho deciso di non tirare fuori MAI il cellulare mentre ero in giro.
Quindi niente foto, niente Instagram, niente Stories, niente contatti con le persone che non erano presenti, niente mappa/navigatore, niente robe di lavoro.
Vi immaginate? È stato bellissimo.
Questa assenza del telefono mi ha permesso di vivere più intensamente le mie giornate: interagivo continuamente con le persone che incontravo per strada, o perché mi fermavano loro o perché li interpellavo io; la mia domanda più ricorrente era “mi scusi, in che direzione è il mare?” e vagavo a caso, passeggiavo per le viette, mi perdevo. Avevo sempre il sorriso da ebete, come una giovane innamorata, mi guardavo intorno entusiasta e meravigliata da ogni cosa, incantata.
E non potendo fare foto alle cose stupende che vedevo, le fissavo più a lungo e me le imprimevo in testa. Per ricordarmele mi appuntavo qualche parola e invece che fare un diario di viaggio fotografico come al solito, ho fatto un lungo elenco. Continua a leggere

io non butto via niente, neanche il dolore

Ho fatto una piccolissima operazione con anestesia locale, era una cosa che mi portavo dietro da anni e finalmente mi sono decisa. Cioè, mi ci sono ritrovata, non avevo molta scelta. Mi hanno fatto un taglietto e mi hanno dato 3 punti, che – una volta passato l’effetto dell’anestesia – hanno iniziato a bruciare.
“Prendi un antidolorifico” mi dicono tutti.
Ma io NO.
Perché togliere il dolore, se è sopportabile?
Perché coprirlo, nasconderlo, mascherarlo?
L’antidolorifico mi sembra un bell’inganno: non si toglie il problema, si copre e basta.
Anzi credo sia anche peggio, perché mi dimentico di avere un problema e magari lo peggioro perché mi muovo e lo sforzo senza accorgermi.
Se sento il dolore so che lì dove brucia c’è qualcosa, è successo qualcosa. Se lo copro me ne dimentico.
L’altro giorno avevo un forte mal di testa e me lo sono tenuto: solo in quelle poche ore mi sono ricordata di avere delle tempie.

Le sigarette le butterei via – seconda parte

Luglio 2017.
Sono in Triennale, c’è il concerto di Yann Tiersen.
È uno dei miei musicisti preferiti, è un matto, è un genio, lo adoro. È sul palco di fronte a centinaia di persone ma non le guarda, non gli interessano, è come se fosse da solo in camera sua, testa bassa, suona, passa da uno strumento all’altro.
Mi cattura subito, entro come in trance, la mia testa inizia a viaggiare, mi sembra di sognare, mi sembra di volare su un’isola in mezzo al mare.
Poi vedo una nuvoletta, la sto respirando, sento puzza di fumo.
Quella dietro di me sta fumando. Che schifo, sono disgustata.
Siamo tutti seduti, non siamo in piedi, non posso muovermi: i posti sono numerati e la serata è sold-out.
Non volo più e mi rovino il concerto.
Mi rovinano il concerto anche quegli ignoranti ebeti che non capiscono niente che stanno tutto il tempo sul telefono. Ma di questo ne parlerò da un’altra parte.
Domanda: è giusto che a un concerto stupendo io debba respirare il fumo degli altri?

Agosto 2017.
Sono a Milano. Si sta bene perché siamo veramente in pochi: è tutto vuoto, chiuso, deserto e senza traffico.
Ma anche di questo ne parlerò da un’altra parte.
Vado al cinema all’aperto:
– le seggioline sono molto scomode, me lo devo ricordare;
– il film mi sta mettendo un’angoscia dentro, che mi ribalta lo stomaco;
– ci sono le zanzare, che sono insopportabili e non capisco perché il Comune di Milano non faccia qualcosa per eliminarle.
Come se tutto questo non bastasse, quello davanti a me si accende una sigaretta.
Sei al cinema, in mezzo ad altre persone, e ti accendi una sigaretta? Due? Tre?
Ci sono dei posti liberi di lato e in fondo. Anche davanti. Ma se mi alzo adesso disturbo quelli dietro. A me dà fastidio disturbare le altre persone.
Domanda: è giusto che mentre sono al cinema all’aperto a vedere un film che già mi sta turbando, debba essere disturbata e infastidita dal fumo dello sfigato davanti a me che non riesce a stare un’ora senza accendersi una sigaretta, e quindi debba alzarmi per cambiare posto, per allontanarmi da quell’imbecille, disturbando a mia volta quelli dietro di me? 

Settembre 2017.
Sono al bar a mangiare una piadina, sono seduta fuori perché c’è un bel sole.
Nel tavolino accanto al mio una signorina beve il caffè e fuma una sigaretta.
io sto mangiando la mia buonissima piadina respirando il fumo della sua sigaretta.
Sono schifata, non riesco più a deglutire, mi viene da vomitare.
Domande: cosa faccio? È giusto che io mi alzi e cambi tavolino? E se non dovessero esserci più tavolini liberi, come adesso? Me ne dovrei andare? Chiedo a lei di allontanarsi? O chiedo al proprietario del bar di scegliere: o me o lei?

Le sigarette le butterei via – prima parte

Ma sul serio la campagna contro il fumo con quelle immagini vomitevoli è stata un fallimento?
Sul serio le coscienze delle persone che comprano pacchetti di sigarette con la foto di un buco in gola o di polmoni anneriti non vengono minimamente smosse e scosse?
Sul serio vedere dei denti marci non fa smettere all’istante di fumare?

Solo su di me hanno effetto quelle immagini oscene?
Solo a me, quando esco a cena con degli amici, danno fastidio i pacchetti di sigarette appoggiati sul tavolo?
Solo a me viene da lanciarli per terra?

Mi hanno ripresa per questo mio comportamento: mi hanno detto che non è educazione lanciare per terra un pacchetto di sigarette non mio.
Mi hanno detto che non dovrei toccare le cose degli altri, dovrei farmi gli affari miei.
Sì, per via teorica sono d’accordo con questa affermazione.
Ma nel concreto quei pacchetti di sigarette mi intaccano, mi urtano, mi fanno ribrezzo: non credo sia educazione appoggiare sul tavolo un pacchetto di sigarette con l’immagine di una signorina che vomita sangue mentre io sto mangiando.

Davvero a voi non cambia niente e non vi rendete conto che fa male, neanche vedendo rappresentate le conseguenze?
Per favore, mi spiegate perché?

Il mondo è ingiusto

Mi sono ritrovata a leggere per caso Il mondo è ingiusto di Oscar Niemeyer.
Copio di seguito alcune parti del secondo capitolo perché vorrei che lo leggessero più persone possibile.
Si intitola La maggioranza con cui dobbiamo stare.

L’umanità, oggi, ha un problema enorme e questo problema si chiama capitalismo: il capitalismo è uno schifo, perché significa che qualcuno ha tutto e qualcun altro ha niente e spesso, pur di avere, si toglie agli altri.
Tutto ciò è profondamente ingiusto.
Io, personalmente, non ho mai dato alcuna importanza al denaro, io non ho denaro e non sono ricco.
Il denaro è incisivo in un solo caso, quando può servire ad aiutare il prossimo.
Per il resto, porta solo sofferenza: l’idea del consumismo, di accumulare e accumulare, è un’idea che va combattuta. Da una parte, i banchieri che decidono come deve andare il mondo e, dall’altra, una marea di gente che non ha niente, che lotta per la vita e che soffre!
È ingiusto!
In certe parti del mondo, anche qui in Brasile, le condizioni di vita delle persone sono leggermente migliorate, ma la maggioranza è ancora povera, non ha nulla, quasi non ha da mangiare.
Noi dobbiamo stare con questa maggioranza.
Guardiamoci attorno: ci sono ancora tante favelas sparpagliate nel mondo, nelle grandi città in Brasile, in Africa, in India, persino nelle periferie delle città europee, e una favela non è uno scherzo!
La solidarietà è un valore importante, è l’idea che non siamo soli: se allunghiamo la mano c’è sempre qualcuno da aiutare.
Ricordo che, a 17 anni, facevo parte del Socorro Vermelho (Soccorso Rosso). Nel nostro quartiere ci si organizzava in gruppi per aiutare i più poveri. Io ero fortunato, venivo da una famiglia che stava bene, io studiavo in un collegio di frati, piuttosto rigido, ma pensavo con la mia testa.
E già allora ritenevo che tutti devono avere gli stessi diritti, le stesse possibilità. 
Oggi attribuiamo grande valore alle apparenze, come un tempo si usava l’architettura per dimostrare potere: lo stile fascista, per esempio, che non ho mai amato, rappresentava la potenza di un governo, di una nazione, facendo un uso improprio della bellezza.
Ma le apparenze, in realtà, non significano nulla, i soldi non sono una misura per capire chi abbiamo di fronte. Dinanzi alla vita, alla morte, al tempo che passa, alla monumentalità della natura siamo tutti uguali, creature fragili, mortali: di fronte all’universo, non siamo più grandi di una formica. 

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credo

Ho ritrovato dei miei appunti di pensieri di parecchi anni fa.
Li copio qui, pari pari:

io credo nel destino perché sono convinta che niente succeda per caso.
credo e so che siamo tutti collegati e connessi.
credo che ad ogni azione seguano una serie di reazioni e conseguenze.
più di quante ne immaginiamo.
credo che il nostro pensiero e la nostra volontà possano influenzare e cambiare gli eventi. credo nella noetica. sono convinta che la forza della nostra mente sia superiore a qualsiasi altra cosa, anche materiale.
però questa forza a volte mi fa paura perché non conoscendola non sappiamo usarla, quindi rischiamo di utilizzarla male e per fare del male, anche involontariamente.
dobbiamo trovare il modo di studiarla, esercitarla e incanalarla nella giusta direzione per fare del bene.

#Run4Animals

io non ho mai corso nella mia vita, non mi è mai piaciuto, mi ha sempre annoiato tantissimo. Ma nonostante questo, e nonostante la totale mancanza di allenamento, ho deciso di iscrivermi alla Milano City Marathon del 2 aprile 2017 insieme ad Animal Equality Italia; perché quei bravi ragazzi stanno lavorando sodo per avere un mondo migliore, facendo di tutto per liberare tutti gli animali del mondo dalle gabbie, e io voglio supportarli in ogni modo.

Da un mesetto quindi mi sto allenando per questa benedetta corsa. Ho iniziato con 1km, in cui mi sentivo morire, poi 2, poi 3, e sono arrivata a 6, senza cadere per terra.
Quindi non ho mai fatto più di 6km di fila (con un paio di km di camminata nel mezzo, ovviamente) e la Maratona è fra tre giorni. Come si fa? Che ansia.

Ecco come si fa: potete supportarmi CLICCANDO QUI
ho creato un profilo per la raccolta fondi che ha come obiettivo quello di liberare tutti gli animali del mondo dalle gabbie degli allevamenti intensivi. Ci aiutate? Mi sostenete?

GRAZIE DI CUORE.

Comunque continuo a non credere nella corsa, non mi piace, la trovo inutile e sempre più noiosa.

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